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Le Vie del Centro / 3: Cassia

Il «Belvedere di Orvieto»

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La via Cassia fu edificata nel II secolo a.C. riunendo e razionalizzando percorsi etruschi preesistenti. Si ritiene che l'opera fu ideata dal console Cassio Longino.
Il suo tracciato attraversa un'area intermedia fra quella servita dalla via Flaminia e quella litoranea-tirrenica, percorsa dalla via Aurelia.
Nell'antichità, perciò, ha costituito la principale via di comunicazione fra Roma e Florentia, oggi Firenze. In un secondo momento la strada fu prolungata sino a Massa, passando per Pistoia e per Lucca.
In età medievale il tracciato fu modificato ed esso è in buona parte ripreso dalla Strada Statale 2, che conserva il nome Cassia.

Verso il Lago
Venerdì 5. Per me, Mattia e Caterina è tempo di rifare le valigie e spostarci un po' più a sud. Dobbiamo peraltro cambiare regione e approdare nel Lazio, precisamente nella zona del Lago di Bolsena. Una zona per me del tutto nuova, che abbiamo scelto forse per una località in particolare, Civita di Bagnoregio; ma di questa località parlerò più avanti.
La nostra meta è a San Lorenzo Nuovo, località a pochi chilometri a nord di Bolsena, posta sul ciglio del cratere vulcanico che ha dato origine al Lago.
Dobbiamo quindi attraversare la parte meridionale dell'Umbria, partendo da Spoleto e passando da Acquasparta, Todi, Orvieto. Superata Orvieto Scalo, riprendendo quota sulle colline, siamo attratti dal cartello «Belvedere di Orvieto». In effetti una piccola balconata a bordo strada permette di godere di una bellissima vista sulla rupe che ospita il centro storico di Orvieto. Impossibile non cedere alla tentazione di una bella foto ricordo...
Al di sotto della balconata, un piccolo locale prepara panini e specialità simili alla torta al testo, seppure con un impasto diverso ed in porzioni più abbondanti. Pranziamo con tranquillità, nonostante qualche folata di vento ed il cielo coperto minaccino un imminente peggioramento. Ci godiamo comunque la vista, stupenda, sulla rupe tufacea. Questa città pare strappata dal suolo della valle: un grande piano sopraelevato, coperto di edifici, che paiono come le setole di una grossa spazzola. Si distingue bene, anche da qui, la maestosa facciata del Duomo. L'oro delle decorazioni riflette la luce plumbea di questo perplesso venerdì d'agosto.



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Siamo ormai ad una manciata di chilometri dal territorio laziale: superato il confine, una strada dolcemente modellata si fa largo fra campi di grano e distese di girasoli un po' affaticati dall'implacabile sole di luglio. Castel Giorgio, infine San Lorenzo Nuovo. Il centro del paese è costituito da una grande piazza, attraversata dalla Cassia che la divide in due emicicli; architetture semplici ed un po' trasandate tradiscono la natura di località non prettamente turistica. Da qui, però, si vede il Lago: un invaso tondeggiante, qualche centinaio di metri più giù. Il nostro alloggio, presso un caseggiato, è immerso negli uliveti, raggiungibile solo mediante strette strade di campagna. Il vento agita le strette foglie d'ulivo, il sole resiste, senza imporsi, alle incursioni di grosse nuvole.
Il gestore della struttura non parla italiano, cosa quanto mai curiosa. Probabilmente è di origini olandesi e comunichiamo con lui in inglese. Basta poco per intendersi. Scarichiamo i bagagli e valutiamo in da farsi. Torniamo a Bagni San Filippo? Perché no?! Meta apprezzatissima del viaggio dello scorso anno, le terme libere di Bagni San Filippo costituiscono un richiamo davvero irresistibile. Distano poco meno di cinquanta chilometri da San Lorenzo Nuovo, così ci rimettiamo in strada procedendo verso nord.
Superiamo Acquapendente e raggiungiamo dopo poco il territorio Toscano: il paesaggio muta rapidamente, acquisendo i tratti a noi familiari della Val d'Orcia, Ma il tempo peggiora e davanti a noi si presenta un esteso fronte nuvoloso dalla tinta assai poco rassicurante; il vento aumenta e qualche saetta si fa notare sopra le colline.
Non conviene proseguire; men che meno è saggio inoltrarsi nel bosco di Bagni San Filippo. Facciamo rifornimento e giriamo le Vespe; torniamo verso Bolsena, cogliendo l'occasione per una veloce spesa ad Acquapendente, per poi tornare alla base
Non lontano da questa, individuo, abbandonata a terra presso un cassonetto, la testata di un PX 125. Questa torna a casa con me, penso, e la infilo nel bauletto. Curioso souvenir da Bolsena.

«Testa di Bolsena», manufatto industriale del XX secolo.


In territorio laziale il tempo è clemente, nonostante il proprietario della struttura presso la quale soggiorniamo abbia pronosticato venticinque gocce di pioggia. Niente di tutto questo; ci rechiamo a Bolsena, per un buon pranzo in trattoria a base di specialità della zona: pasta al ragù di cinghiale e una sfiziosa carbonara di lago, a base di coregone, pescato nelle acque di Bolsena.

La città vecchia e... quella che muore
L'indomani, sabato 6 agosto, è il giorno della prima esplorazione di questa zona, la Tuscia, che trova in Viterbo la sua capitale. Il capoluogo si trova a pochi chilometri dall'estremo meridionale del lago di Bolsena; si presenta con una città piuttosto industrializzata, cresciuta attorno all'antico centro storico, che ancora oggi testimonia le brevi ma intense fasi di splendore vissute dalla città nel corso della storia, specialmente durante il basso Medioevo.
Il toponimo di Viterbo deriva, con ogni probabilità, da «Vetus Urbs», ovvero città vecchia, per via delle antiche origini etrusche del primitivo insediamento. La storia di Viterbo ha conosciuto poi il massimo splendore durante il XII secolo dopo Cristo, quando divenne sede Papale: Alessandro IV Borgia vi trasferì la curia vaticana, allontanandola da Roma in un'epoca assai turbolenta per la Chiesa. Viterbo, forte di una consolidata tradizione guelfa, si strinse attorno al Papato, respingendo l'assedio dell'imperatore Federico II.
È noto anche il curioso aneddoto dell'elezione Papale avvenuta nel 1271 dopo quasi due anni di stallo: i viterbesi, esasperati da tanta infruttuosa attesa, arrivarono a chiudere cum clave i cardinali in una stanza del palazzo Papale, centellinando i viveri e privando addirittura l'ambiente del soffitto, così da sollecitare e velocizzare il pronunciamento dall'assemblea. Nacque così il «conclave» che, per volere del neo eletto Pontefice, da quel momento ebbe luogo in un ambiente chiuso a chiave e isolato da interferenze mondana.
Viterbo ospitò cinque conclavi e rimase sede Papale sino al 1281. Di quel periodo restano il Palazzo dei Papi con la celebre loggia, la Cattedrale col suo campanile - raccolti intorno alla piazza di San Lorenzo - ed un esteso quartiere medievale ottimamente conservato.


Piazza San Lorenzo: la Cattedrale ed il palazzo dei Papi con la celebre loggia


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La città si presenta tuttavia piuttosto sporca, a tratti disordinata, con facciate annerite e percorse da matasse di cavi elettrici. Questo la pone in inevitabile contrasto con le vicine città d'arte della Toscana e dell'Umbria. A rafforzare questa impressione, la massiccia presenza di piccioni, le cui tracce sono state ben visibili anche sulla mia Vespa, al ritorno dalla passeggiata nel centro storico...
Dovendo rientrare verso il lago, con destinazione a Civita di Bagnoregio, decidiamo di fare una sosta lungo la strada per visitare il borgo antico di Celleno. Si tratta di un piccolo centro, pressoché disabitato, distante un paio di chilometri dalla città nuova (un abitato del quale è facile identificare le origini, risalenti agli anni Trenta del XX secolo).
Celleno vecchia fu oggetto di un progressivo abbandono, avviato nella metà del XIX secolo per gli effetti devastanti di un violento terremoto. In questo pomeriggio agostano, caratterizzato da un tempo incerto e dal vento che urla fra le abitazioni, Celleno vecchia appare come un luogo spettrale, condannato tuttavia più dalla negligenza dei nostri giorni che da un processo storico ineluttabile.
La nostra visita è assai rapida: un giro veloce presso il castello, fra reti provvisorie e materiali da costruzione, testimonianze di lavori almeno avviati ma mai conclusi.
Riprendiamo la nostra strada, destinazione Civita: per raggiungere il ponte che la collega con Bagnoregio, attraversiamo tutto il centro cittadino. Nei pressi dell'ultimo tratto, scopriamo che i parcheggi delle moto sono a pagamento: una mossa poco simpatica, che ci porta a posteggiare un po' più lontano.
Raggiungiamo il lungo ponte pedonale, costruito negli anni sessanta del XX secolo, che consente un agevole accesso al borgo. Civita si presenta come un piccolo agglomerato di abitazioni, erette sulla sommità di uno sperone roccioso, al centro della valle dei Calanchi: questi ultimi sono la prova evidente degli effetti dell'erosione, operata dagli agenti atmosferici, sul terreno, che in quest'area ha natura argillosa e pertanto risulta estremamente fragile.


Civita di Bagnoregio


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La stessa sopravvivenza di Civita è esposta a evidenti rischi, tanto che essa è definita «la città che muore» e il suo destino pare segnato: numerosi crolli, nei secoli, ne hanno già ridotto l'estensione. Interi quartieri precipitarono a valle, a seguito dei movimento tellurici pure ricorrenti in questa regione.
Ad incantare è soprattutto la vista di Civita dall'esterno: il colore caratteristico del tufo, la roccia striata con la sua vegetazione rara e arsa dal sole estivo, il grande anello scavato dai secoli attorno a lei rendono questo angolo d'Italia davvero unico ed irripetibile.
Questa connotazione netta si perde un poco una volta giunti nel borgo; il massiccio flusso turistico ed un pizzico di trascuratezza la rendono più simile a tanti altri borghi; è d'altra parte consigliabile soffermarsi sul panorama che la circonda e che è possibile ammirare da tante balconate naturali ai margini dell'abitato. 
È possibile vedere anche alcune grotte scavate nel sottosuolo, alcune di origine etrusca, che oggi sono esposte all'aperto anche per effetto di crolli verificatisi nei secoli. Questo rende un'idea precisa della precarietà di questo borgo, sul cui destino sono forse più numerose le certezze - nefaste - piuttosto che i dubbi. Da anni è in atto una mobilitazione da parte di cittadini ed associazioni, per vagliare qualche possibile intervento volto a proteggere Civita, ma al momento non è stata individuata una soluzione che possa rivelarsi efficace. Questo senso di apprensione ha tuttavia giovato alla fortuna turistica di Civita, che oggi è fra le principali mete turistiche del Bel Paese.



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Terminata la visita, facciamo rientro alla nostra base. 
Per la serata, abbiamo deciso di recarci a Grotte di Castro, un grazioso paesino ai margini del cratere vulcanico che è sede del lago di Bolsena; vi si tiene la notte bianca, una grande festa popolare con un'ampia offerta gastronomica ed una bella atmosfera di festa. Ceniamo a base di tagliatelle al ragù di cinghiale, tortelli dolci e tiramisù; la passeggiata nelle vie del paese, anche se funestata dal vento freddo - non pare sia agosto - trova un degno coronamento coi cornetti caldi sfornati da un'accogliente panetteria.

Orvieto: il gioiello dell'Umbria meridionale

Domenica 7 agosto. Per la giornata si apre con una veloce visita a Bolsena, con la messa presso il Santuario di Santa Cristina. Qui, secondo la tradizione, ebbe luogo il cosiddetto Miracolo Eucaristico di Bolsena (1263), evento giudicato prodigioso fu il sanguinamento di una particola, che diede origine alla festività del Corpus Domini, istituita nell'anno seguente. Un filo unisce Bolsena con Orvieto, meta di questa nuova giornata, e riguarda proprio il cosiddetto Miracolo Eucaristico. Le due località distano meno di trenta chilometri, sviluppati su strade collinari. Come ho già accennato, Orvieto appare come una grossa Civita: sorge anch'essa su uno sperone roccioso, anche se parecchio più esteso e di certo meno precario.


L'ampia rupe che ospita Orvieto

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Ha anch'essa origini estremamente antiche, che risalgono all'età etrusca. Durante la dominazione romana, non conobbe grande fortuna: anzi fu spogliata di molte opere artistiche, caratterizzando un declino che fu contrastato solo nel periodo medievale. 
Curiosamente, il toponimo ha un'etimologia pressoché identica a quella di Viterbo: Orvieto pare derivi, infatti, da «Urbs Vetus», città vecchia.
La città è nota principalmente per due monumenti: la magnifica cattedrale ed il celebre pozzo di San Patrizio. 
Il Duomo è senz'altro uno dei massimi esempi del gotico italiano: la grande, maestosa facciata si impone su un sagrato relativamente stretto: è difficile, infatti, rinchiuderla nell'obiettivo fotografico; il sole del tardo mattino fa scintillare il complesso apparato decorativo, di antichissimo disegno, che nei secoli ha richiesto complessi interventi di manutenzione. I lati dell'edificio sono percorsi da righe orizzontali policrome, secondo un gusto tipicamente toscano. Orvieto dista pochi chilometri dal confine con la Toscana e per lungo tempo giovò di una solida alleanza con la città di Firenze.


La splendida facciata del Duomo di Orvieto
La costruzione del Duomo fu avviata alla fine del XIII secolo, e si protrasse molto a lungo (circa trecento anni); dalle iniziali forme romaniche, si passò ben presto allo stile gotico, il cui prodotto è un tempio dall'aspetto estremamente armonioso ed imponente.
Entriamo dall'ingresso riservato al culto, per una veloce visita, possibile solo in un'area ristretta. L'impatto è tale da spingerci ad uscire, per rientrare dall'ingresso turistico e visitare integralmente la cattedrale.
La visita vale abbondantemente il costo del biglietto (tre euro) e permette di entrare anche nella cappella di San Brizio, sul lato destro del transetto, che custodisce l'importante ciclo di affreschi in gran parte realizzato da Beato Angelico e Luca Signorelli con le Storie degli ultimi giorni
Dal lato opposto, si trova invece la Cappella del Corporale, che custodisce la reliquia del Miracolo Eucaristico di Bolsena. Il prezioso reperto, infatti, non rimase a Bolsena, ma fu subito trasportato a Orvieto; si può dire che la costruzione stessa della cattedrale trovò impulso nella necessità di custodire adeguatamente una delle reliquie più importanti del cattolicesimo.


Luca Signorelli, Predica e fatti dell'Anticristo, cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto


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L'ampia e luminosa navata culmina nell'imponente abside, che ospita un'alta vetrata delineata da un arco a sesto acuto. Il rigore delle forme, delineate senza eccessi, suggerisce un senso di austera sacralità.
Il pozzo di San Patrizio non è stato fra le mete di questo nostro viaggio, avendolo noi già visitato alcuni anni prima; merita tuttavia una visita: progettato nel Cinquecento per fornire acqua in caso di calamità o assedio, si tratta di un vero capolavoro di ingegneria. La profondità totale è di oltre cinquanta metri e l'accesso al fondo avviene attraverso due distinte rampe a spirale, l'una per la discesa, l'altra per la risalita, per evitare qualsiasi intralcio.
Questa ardita struttura, non è l'unica a protrarsi nelle viscere della rupe. Orvieto, anzi, custodisce nel suo sottosuolo un grandissimo numero di cavità artificiali. Ad oggi ne sono state contate oltre 1200, costruite in varie epoche: talune sono di origine etrusca, altre risalgono al secolo scorso. È possibile visitarne alcune, grazie ai percorsi guidati nella cosiddetta «Orvieto sotterranea», cui si accede da un ingresso in prossimità della piazza del Duomo. 
Dopo un veloce pranzo, con immancabili salumi locali, ci affrettiamo a raggiungere la biglietteria per la visita. Una guida ci ha illustrato alcune cavità e le attività produttive che in esse avevano luogo: una vera città sotterranea, sede di attività redditizie, dalla spremitura delle olive alla produzione del vino, passando per altre meno intuibili, come l'allevamento dei piccioni. Molte cavità, infatti, erano vere e proprie colombare, accessibili dalle aperture sul bordo della rupe, e caratterizzato da un allevamento a dir poco intensivo. 


Le colombare scavate nel tufo - Orvieto Sotterranea


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La nostra visita si conclude con gli ultimi passi nel centro storico, per raggiungere le nostre fidate Vespe. 
È tempo di ritentare l'avvicinamento a Bagni San Filippo, quest'oggi con un clima decisamente migliore, anche se sempre parecchio ventoso.
Sulla Val d'Orcia, tuttavia, non vi sono più le minacciose nubi nere, così raggiungiamo in poco più di un'ora la località termale alle pendici del Monte Amiata, risalendo il tratto di Cassia che da Acquapendente sale verso nord, in direzione Siena.
Bagni San Filippo si conferma essere un luogo che sa stupire: la positiva esperienza dell'anno passato si replica oggi, con un clima sensibilmente più freddo, che tuttavia fa apprezzare maggiormente il tepore delle acque termali. Sotto alla grande Balena Bianca, formazione calcarea che domina le vasche naturali, il tempo scorre rapido in totale relax, sino al tramonto.


Bagni San Filippo, l'imponente balena bianca


Col sole ormai basso, ritorniamo alle Vespe che come sempre ci attendono pazienti. Dobbiamo affrontare una cinquantina di chilometri, attraverso la bassa Val d'Orcia, mettendo in conto una lenta deviazione in quota, presso Radicofani, a causa dei lavori che stanno interessando un breve tratto della Cassia.
Questo rallenta il nostro rientro, ma ci permette di godere del paesaggio: le colline ormai buie si abbracciano al di sotto di un cielo limpido che va dal rosso dell'ultimo sole, al viola della notte ormai incombente.
Arriviamo nei pressi di Bolsena quando è ormai piuttosto tardi. Qui non è facile trovare un posto per cenare dopo una certa ora, diversamente da quanto siamo portati a pensare. Riusciamo comunque a conquistare una sospirata pizza, coronando un'altra giornata intensa.

La Tuscia, provincia ricca di storia
Lunedì 8 è il giorno che abbiamo riservato a località meno note, ma non meno rilevanti nel panorama di questa terra, che è nota col nome di Tuscia e che comprende un territorio piuttosto ampio ed eterogeneo. Così, dopo i calanchi della Tuscia orientale, lambendo la costa occidentale del Lago di Bolsena, attraversiamo territori dal panorama meno atipico. 
Estesi campi di grano, su colline molto levigate, si alternano a vigneti ed uliveti. Grosse pale eoliche si ergono ieratiche sulla valle. Ruotano con ritmo veloce, mosse da un vento ancora persistente, anche se decisamente più debole. Nel nostro tragitto, superato il centro di Piansano, arriviamo di fatto a sfiorare queste meraviglie della tecnica. Il richiamo è troppo forte: sia io che Mattia abbiamo la stessa intuizione, accostiamo e deviamo il nostro percorso per avvicinarci ad una di esse. Un breve tratto di sterrato e ci troviamo ai piedi del ciclopico stelo bianco. Le dimensioni di questo manufatto sono impressionati, come è impressionante seguire con gli occhi il movimento della grande elica. Un soggetto interessante anche dal punto di vista fotografico, che ben si sposa con le balle di fieno raccolte nei campi adiacenti.


Pale eoliche presso Piansano


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Spendiamo una buona mezz'ora fra l'incanto per questa grossa macchina e la pretesa di confezionare questo momento in un'ampia serie di scatti fotografici. Il raccolto tuttavia è più che soddisfacente e, a distanza di qualche tempo, ricordo con piacere questa inattesa divagazione.
Ripartiamo verso Tuscania, che è la nostra destinazione prefissata. Ancora una manciata di chilometri, strade perlopiù rettilinee e poco frequentate.
Tuscania è un piccolo centro - manco a dirlo - di origine Etrusca. Conobbe alterne momenti di fortuna e di decadenza, per svariate ragioni. Uno dei periodi di maggior splendore, fu senz'altro l'età comunale, durante la quale Tuscania esercitò il controllo di un'ampio territorio, e conobbe un rilevante sviluppo urbano. Di questa epoca restano importanti testimonianze, quali le numerose chiese costruite in stile romanico.
Tuscania è una cittadina cresciuta attorno al suo nucleo storico, cinto da un anello di mura dal caratteristico colore bruno, il colore del tufo che anche qui è da sempre il principale materiale da costruzione. Estesi agglomerati di palazzine squadrate avvolgono la zona più antica e ricordano il passato recente di questa città: nel 1971 fu colpita da un forte terremoto - che tuttavia in pochi, lontano da qui, ricordano - che danneggiò seriamente il nucleo storico, con ingenti danni al patrimonio artistico. I morti furono trentuno. Moltissimi gli sfollati. Ma Tuscania fu ricostruita celermente, restituendo alla cittadinanza anche quel patrimonio storico ridotto in frantumi dal sisma. Un messaggio di speranza per un dramma che oggi ritorna, purtroppo, di attualità.
Parcheggiamo le Vespe all'interno delle mura, presso la Torre di Lavello, dal nome di nobiluomo che la fece erigere. La piazza antistante ospita due trattorie. La prima, gode del giudizio più positivo su TripAdvisor. Ci avviciniamo per chiedere alla cameriera a che ora chiuda la cucina. La risposta a questa semplice domanda ci spiazza: «Sì». Riformuliamo, apprendendo che la cucina chiude alle 15.
Ne approfittiamo, allora, per un veloce giro del centro; nel mentre, notiamo che la trattoria a fianco brulica di affamata clientela. Questo alimenta un più che ragionevole dubbio, visto che la prima trattoria, seppure coronata dai giudizi del web, è pressoché deserta. 
Completiamo il rapido giro e ci disponiamo alla scelta. Non possiamo non pensare all'amico Seba, uno che in effetti preferisce le scelte... di pancia, a quelle indotte da meno appassionati strumenti tecnologici.
Seba sceglierebbe l'osteria più frequentata e, possibilmente, quella più rozza. Messa su questo piano, la scelta è facile. Così prendiamo posto ad un tavolo dell'Osteria da Alfreda.
Niente menù, non esiste. Niente cartelli. La proposta viene declamata, senza troppo trasporto, dalla signora o da suo figlio. C'è però l'imbarazzo della scelta: lombrichelli cacio e pepe, all'Amatriciana o al ragù di cinghiale. Di secondo si può scegliere fra cotoletta, fagioli e cotiche, trippa, polpette e qualcos'altro che ora, nel commosso ricordo di quel pranzo, non mi sovviene.


Lombrichelli all'Amatriciana


Amatriciana e cacio e pepe vanno per la maggiore. I lombrichelli sono grossi spaghettoni, come bucatini, ma senza buco. Insomma, simili a quelli che nella vicina Toscana sono chiamati pici.
Da bere chiediamo dell'acqua, ma non ci viene posta la questione liscia o gassata: probabilmente la scelta non è prevista. Così, per non scontentare nessuno - o forse tutti? -ci viene portata dell'acqua leggermente frizzante. In realtà c'è poco di cui essere scontenti: il lombrichelli sono a dir poco favolosi, così come i secondi, gustosi e davvero caserecci.
Per completare, il caffè: rigorosamente preparato con la moka e servito già zuccherato!
Il tutto per circa tredici euro. Niente male, per un pranzo gustoso, abbondante ed autenticamente popolare.
La veranda coperta di rampicanti ci ha offerto un fresco riparo dal sole che oggi irradia tutto il suo calore da un cielo totalmente privo di nubi. Sfidando la calura, rimontiamo in sella, per raggiungere le due grandi chiese romaniche che si trovano al di fuori delle mura e che costituiscono gli edifici religiosi più notevoli di Tuscana: la chiesa di San Pietro e quella di Santa Maria Maggiore. Purtroppo, però, il lunedì è giorno di chiusura. Con un pizzico di fortuna, riusciamo comunque a visitare la prima, grazie alla disponibilità di una volontaria che comunque sta presidiando l'edificio. 


San Pietro, Tuscania


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L'interno è sobrio e luminoso, del tutto privo di paramenti moderni; colpiscono il pavimento, decorato con motivi cosmateschi, ed il piccolo ciborio che sovrasta l'altare. Nella semplicità delle forme trova degno asilo un certo senso di sacralità, che trova forse la massima esaltazione nella cripta, al di sotto del presbiterio.
Ai piedi della facciata si apre un ampio prato ben curato, ideale per un momento di relax all'ombra delle torri che vegliano questo importante tempio, costruito in posizione piuttosto elevata rispetto al centro abitato. 
Più a valle troviamo la chiesa di Santa Maria Maggiore, quest'oggi inesorabilmente chiusa. Ci limitiamo a guardarla dall'esterno. Sorge al lato della strada, un poco al di sotto della carreggiata, e non beneficia del respiro del grande prato di San Pietro.
Non ci resta che lasciare Tuscania, per spostarci sensibilmente più a nord, raggiungendo la provincia di Grosseto: siamo diretti alle celebri terme libere di Saturnia!

Le calde cascate del mulino
Risaliamo verso nord: Arlena di Castro, Valentano, Ischia di Castro, Farnese, poi lunghi chilometri nel nulla o quasi, sino al confine con la Toscana.
Saturnia è una frazione del comune di Manciano, in provincia di Grosseto. In questa località sono presenti numerose sorgenti termali, nonché un gran numero di stabilimenti privati. Ma le fonti più note sono certamente quelle «del Mulino», le celebri terme libere di Saturnia. 
Come a Bagni San Filippo, anche qui troviamo un gran numero di pozze, delimitate da argini naturali dovuti ai sedimenti delle acque sulfuree. Vere e proprie vasche nelle quali è possibile adagiarsi comodamente per beneficiare delle proprietà di queste acque. 


Saturnia, le cascate del mulino
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L'acqua vi giunge dopo un bel salto, scendendo a fianco del piccolo mulino. Misura 37 gradi centigradi alla sorgente e sgorga abbondante, risultano peraltro poco torbida e piuttosto omogenea come temperatura nelle varie aree.
Ovviamente il sito ad agosto è molto frequentato e di certo si farebbe maggiormente apprezzare in periodi diversi.
Tuttavia dopo un primo ambientamento è grande il senso di relax che questo luogo riesce a dare. Tanto per cambiare, abbiamo indugiato nell'acqua anche questa volta, uscendo solo sul fare del tramonto... Ma siamo pur sempre in vacanza, perché imporsi vincoli?
Rientriamo, ormai con buio incombente, verso la nostra base. Una cinquantina di chilometri su strade prettamente collinari. Chilometri che scorrono veloci e in poco più di un'ora siamo a destinazione, pronti per una nuova cena in quel di Bolsena.

Cena nuovamente a base di pizza, una pizza pressoché enorme, consumata al tavolo in uno dei suggestivi vicoli del centro storico.
Ultimi momenti qui, nei pressi di questo lago così diverso da quelli che frequentiamo abitualmente. L'indomani dovremo ripartire, valigie a bordo, per addentrarci definitivamente in terra Toscana. La Val di Cecina ed il Mar Tirreno ci attendono!


> Guarda la galleria fotografica


Commenti

  1. Gran bel racconto che rende bene l'idea della vacanza a base di avventura tra i tanti borghi del bel paese; per niente noioso, in quanto è un po' come fosse l'insieme di tante piccole storie.
    Curiosa la scelta, che avrei condiviso, della trattoria a Tuscania.

    RispondiElimina
  2. Leggere questo dettagliato e profondo racconto, vedere le belle foto... fa desiderare di esserci... e in qualche modo ci sei!
    Davvero una vacanza spesa bene, in giro tra le meraviglie del nostro bel Paese :-) Bravissimi!

    RispondiElimina

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