30.05-3.06.2019 - 15° Giro dei Tre Mari

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Debbo fare mie le parole di Laura, che di Tre Mari se ne intende: «Provare per credere». E non è una formula da réclame dei tempi andati, è una saggia raccomandazione. È un'esperienza da fare.
Che cosa sia la Tre Mari, infatti, è difficile da dire, ma facile da intuire, una volta immersi in questa macchina efficiente - ben organizzata anche nei dettagli - che riesce in molteplici finalità: da quella turistica a quella (ri)evocativa, senza dimenticare l'aspetto più umano, quello che porta tante persone a darsi un appuntamento fisso e a ritrovarsi nonostante distanze e impegni.
Con questa premessa introduco quella che è la «mia» Tre Mari. Di più: la  «mia prima» Tre Mari.
Dopo anni di attesa e di onesta e benevola invidia per gli amici che già ne hanno fatte tante, posso dire: missione compiuta!
Già perché Luca, Laura e Felice ne hanno già fatte tante. Per me e per Peppo è la prima. Certamente vissuta in modi diversi ma ugualmente intensi.
L'edizione 2019 sarà probabilmente ricordata per la speciale dedica alla città di Matera, meta del terzo giorno e per quest'anno insignita del titolo di Capitale Europea della Cultura.
Una Tre Mari nel cuore territorio lucano, pur non escludendo il transito in terre altrettanto belle appartenenti ad altre regioni; bisogna del resto onorare il nome della manifestazione, incontrando le acque dei tre grandi mari che lambiscono lo stivale.

Per me quest'esperienza è caduta nel decennale del storico raduno di Vesparesources, tenutosi in territorio molisano, a Campomarino; decennale anche della mia amicizia con Luca e con Laura, in qualche modo celebrato partecipando ad una grande evento per il quale loro hanno sviluppato una vera e propria passione. Come biasimarli!

Se ottimi impedimenti hanno trattenuto a casa Laura, nella squadra non sono mancati Luca (alla decima partecipazione), Felice (che pure ne ha fatte tante) e Peppo, alla sua prima volta, senza Vespa ma caparbiamente presente.

A completare la squadra, l'amico Francesco «Ciccio» e poi altri amici (in primis Roberto e Toni) coi quali abbiamo comunque condiviso chilometri e momenti di felicità.

Abbiamo detto di come sia difficile definire la «Tre Mari», ma partiamo da pochi dettagli. Nasce negli anni cinquanta come competizione di carattere turistico, riservata ai «Vespisti», e gode di grande notorietà per alcuni anni nell'ambito della cosiddetta regolarità. I tempi cambiano e la manifestazione viene archiviata, ma non dimenticata. Nel 2005 il Vespa Club Bari, il Vespa Club Lecce ed il club Peperosso, in collaborazione con altre realtà locali, rispolverano questo grande evento e ne fanno una manifestazione turistica imperdibile, appuntamento fisso ogni anno per decine e decine di Vespisti che inevitabilmente diventano amici e frequentatori abitudinari, come testimoniato in queste pagine da Laura e Luca negli ultimi anni.

Questa quindicesima edizione ha avuto come fulcro la costa ionica lucana, presso Nova Siri, in un grande villaggio che per tre giorni è divenuto il quartier generale dell'evento.

Attraverso lo stivale
A rendere speciale la «Tre Mari» è anche il lungo viaggio verso Nova Siri. Purtroppo il poco tempo a disposizione impone di caricare le Vespe, risparmiando loro un trasferimento di oltre mille chilometri, che pure sarebbe stato bello e memorabile. Si ricorre, così, al Voyager del Felix, con carrello portamoto al seguito; a seguire, un gloriosa Panda 899 appena ventenne: un PX a quattro ruote, sulla quale io e Peppo abbiamo viaggiato confortevolmente, in barba a qualche pregiudizio (di certo non nostro!), e pure con consumi irrisori.
Il viaggio d'andata è accompagnato da fugaci acquazzoni, segnali di un tempo ancora alquanto instabile e premonitori di ulteriori perturbazioni.
Il trasferimento procede senza intoppi ed anzi la pausa pranzo risulterà memorabile, banchettando ottimamente a Roseto degli Abruzzi, presso «La Fattoria della Nonna».
Purtroppo non arriviamo in tempo per il briefing; giungiamo a Nova Siri al calare del sole. Scarichiamo Vespe, bagagli ed entusiasmo, con la «Tre Mari» che finalmente entra nel vivo.
Ritroviamo vecchi amici e pare di riprendere discorsi lasciati in sospeso, anche se per mesi, per anni.

Giorno 1. L'Adratico e la Puglia. Ceglie Messàpica, Brindisi, Lizzano
Inutile ribadirlo: rivedendosi dopo molto tempo, le chiacchiere si protraggono e si finisce per fare tardi. Ma una buona dormita è d'obbligo, per essere in forma per questo primo giorno. Dopo una colazione sostanziosa, pur con qualche impaccio e con l'incalzante sollecitudine di Luca, attorno alle otto siamo pronti per la partenza.


La partenza, alla «Tre Mari», è un rituale. Un momento speciale, importante, sebbene sia celebrato con immancabile ironia. Quel gazebo è simile ad un trampolino, dal quale tuffarsi in un'esperienza variegata, fatta di luoghi nuovi per alcuni, familiari per altri; da lì è un susseguirsi da strade, curve, rettilinei, paesaggi, paesi, città, borghi.
Non resta che partire e gustarsi tutto questo, col privilegio di poterlo fare in buona compagnia.
Quest'oggi la protagonista sarà la Puglia. Ci muoviamo verso oriente, verso le province di Brindisi e di Taranto.
Percorriamo per qualche decina di chilometri la SS 106 «Jonica», sino all'uscita per Massafra. Da qui raggiungiamo Martina Franca, un centro piuttosto trafficato presso il quale sostiamo brevemente.
La nostra prima meta, sede di un controllo a timbro, è Ceglie Messàpica. La cittadina sorge attorno all'antico borgo, di origini assai remote, che si erge sulla sommità di una dolce collina. È un luogo carico di storia e tradizioni. È sufficiente attraversare il centro storico per comprenderlo. Antichi palazzi dalle facciate candide, la pavimentazione di travertino, lucida e consumata dai decenni o forse dai secoli. Il colpo al cuore è dato dallo spettacolo delle luminarie, installate su parature bianche. Si tratta di grandi strutture in legno, disegnate con motivi geometrici e complessi, costellate di piccole lampade colorate. Esse costituiscono una delle più significative tradizioni nel mezzogiorno, ingrediente immancabile delle feste patronali. Lo spettacolo vero e proprio, ovviamente, s'accende al calare della sera, quando le luci colorate tingono piazze e corsi; ma anche di giorno queste monumentali installazioni riescono ad incantare, tracciando sofisticati ricami fra le facciate dei palazzi, con un piacevole contrasto fra luci ed ombre, fra i candidi intonaci ed il cielo azzurro.


Posteggiamo i mezzi nella piazza Plebiscito, ai piedi della grande torre «dell'Orologio». Il rinfresco è già nel vivo, coi collaboratori locali intenti a distribuire i vassoi riempiti di specialità locali (immancabili le orecchiette!).
È, come dicevo, la prima tappa con «passaggio a timbro»: i partecipanti esibiscono il roadbook, sul quale viene apposto il timbro, a prova dell'avvenuto transito come da programma.
Proprio il roadbook è uno dei segni tangibili di un'organizzazione efficiente e studiata nei dettagli; presenta con precisione percorsi e tappe, integrando anche tutti i riferimenti dei partecipanti, per un efficace riconoscimento.
Prima di ripartire operiamo, in piazza, un veloce intervento sulla Vespa di Roberto, che si ritrova col freno anteriore fuori uso per la perdita di una pastiglia, al seguito dello sgancio di un fermo nella pinza.
Quando c'è un bel gruppo i problemi si risolvono insieme e, insieme, si riparte.
La nostra prossima tappa è Brindisi, al porto turistico. Attraversiamo ancora qualche chilometro di campagna, fra trulli e masserie, immersi in sterminate coltivazioni di ulivi.


Superiamo San Vito dei Normanni e, dopo un interminabile rettilineo, finalmente ci immergiamo nella città, che attraversiamo sino a giungere al porto. L'Adriatico è lì, a pochi metri, e si aggiunge allo Jonio che bagna la località presso la quale soggiorniamo.
Il porto turistico di Brindisi si presta bene ad ospitare la distesa di scooter che ordinatamente prendono posto lungo un filare di palme. Un vento potente ne sferza gli alti fusti e un poco infastidisce, una volta tolto il casco; d'altra parte, però, mantiene il cielo terso regalando una bella vista sul mare appena increspato. Sulle acque si erge il grande monumento «al Marinaio d'Italia», imponente costruzione le cui sembianze richiamano un grande timone. Fu costruito durante il ventennio fascista, a memoria dei numerosissimi marinai caduti durante il primo conflitto mondiale.


Presso il gazebo riceviamo un secondo timbro, a suggello di questa nuova tappa; ritroviamo vecchi amici brindisini coi quali scambiamo alcune chiacchiere.
Ma un altro mare ci attende - lo Jonio - e così ci rimettiamo in sella. Prossima destinazione: Lizzano, in provincia di Taranto.
Lasciata Brindisi, procediamo in direzione Mesagne, quindi Latiano ed Oria; qui ci aggreghiamo ad un gruppo di Vespe in transito, finendo puntualmente per creare un ingorgo nei budelli del centro storico. Tratti d'impaccio, arriviamo infine a Lizzano, dopo aver attraversato un'atroce zona industriale nei pressi di Sava, con la compagnia di un forte vento e di qualche goccia di pioggia.
Il controllo a timbro è in un'area chiusa, cui si accede calcando niente meno che un red carpet, sul quale ad ogni equipaggio viene scattata una foto ricordo; abbondante la merenda dolce e salata.


Dopo una sosta rilassante, col presagio di un imminente acquazzone, ci rimettiamo in sella, in direzione Taranto.
Attraversiamo l'abitato di Lizzano, presidiato da tanti volontari che ci indicano il percorso; all'uscita del paese ci fermiamo presso un distributore per il riforimento. Qui un motociclista di passaggio ci avvisa di un brutto incidente che ha coinvolto un Vespista. Le prime informazioni sono confuse, angoscianti; lasciano presagire qualcosa di molto serio. Pare che il nostro sventurato sia stato speronato da un'auto che poi si è data alla fuga. Giungiamo all'incrocio teatro dell'incidente, costretti a fare da spettatori ad un bruttissimo scenario: la Vespa riversa a terra e, vicino ad essa, sull'asfalto, la pettorina insanguinata. Una vista che ha turbato molto la nostra marcia, proseguita a velocità assai bassa per svariati chilometri. Per fortuna, le pessime premesse sono state disattese, ed il malcapitato Vespista se l'è cavata con poche ferite e fratture curabili in poco tempo. Che sollievo!
Giungiamo infine a Taranto, senza entrare in città e sfruttando la viabilità a scorrimento veloce. Sfioriamo i cantieri navali, la tristemente nota ex Ilva, la raffineria. La polvere rossastra copre i bordi della strada e i parapetti, dando un certo senso di insalubrità.
Ritroviamo infine la SS 106 ed il pericolo pioggia sembra scampato. La superstrada ci porta a poche centinaia di metri dalla nostra «casa».
Serata conviviale con cena presso il villaggio; dal ristorante si passa al bar e a far tardi si fa in fretta...

Giorno 2. Il Tirreno, Basilicata e Campania. Sapri
Il sole sorge di nuovo su Nova Siri e splende indisturbato. Il cielo è terso, di un blu vivace. La sveglia è posticipata, ma alla fine la partenza viene anticipata. Forse la solerte organizzazione sa che il tempo non sarà clemente per tutta la giornata, e così incoraggia gli equipaggi a partire prima dell'orario prestabilito.


La direzione è sostanzialmente opposta a quella del primo giorno. Dobbiamo Toccare il Tirreno, percorrendo una tratto costiero diviso fra Basilicata e Campania, dopo aver superato l'Appennino Lucano. Dobbiamo perciò percorrere la SS 653 «della Valle del Sinni», che parte da Policoro, sulla costa Jonica, e giunge a Lauria, nei pressi dell'autostrada Salerno - Reggio Calabria.
Il percorso da Policoro è in moderata ma costante salita; la strada è assai scorrevole, con poco traffico, si può dire che sia a quasi completa disposizione dei Tremaristi.


All'altezza di Senise il tracciato costeggia la grande diga di Monte Cutugno, con sbarramento in terra battuta, il maggiore in Europa per dimensioni. Da qui il paesaggio si fa collinare, con pendenze maggiori e temperature più basse, anche per la complicità di non poche nubi che coprono il sole.
Francavilla in Sinni, Episcopia, sino a giungere alle porte di Lauria. Qui ritroviamo l'amico Toni «Tormento», che personalmente non vedevo da oltre nove anni. Anche la sua «Cosa» è cambiata, si è evoluta, ma lo spirito è sempre lo stesso.


La nostra marcia riprende, con lo sprone di ritrovare, a valle, temperature più miti. Attraversiamo Trecchina e in effetti da lì a poco la musica cambia: nel giro di una manciata di tornanti si spalanca davanti a noi il paesaggio meraviglioso che fa da cornice a questa propaggine lucana sul Tirreno. Il mare all'orizzonte si fonde col cielo più blu che mai; sotto ai nostri occhi la natura aspra che declina nella fascia costiera. Tornanti ripiegati, adagiati su versanti scoscesi, fra speroni sassosi e grossi cespugli a connotare la ben nota macchia mediterranea.



In una cornice ideale di monti, da un strapiombo sul mare il grande Cristo Redentore si erge imponente e affaccia il mare, con le braccia spalancate.
È Maratea, «perla del Tirreno», splendida località nel golfo di Policastro. Un percorso emozionante ci fa avvicinare alla costa, curva dopo curva. Facciamo pausa per un rifornimento e poi io e Luca ripartiamo per primi. Giungiamo infine sulla strada costiera, dalla quale il panorama è ancora una volta stupendo, incredibile.
Provvidenziale una grande piazzola - di fatto un bel balcone sul mare - con vista su parte del golfo. Posteggiamo le Vespe a favore di fotocamera, negando loro, con un pizzico di crudeltà, la vista su un così notevole spettacolo.
L'iniziativa di Luca è vincente e sono in molti a seguire il nostro esempio, fermandosi a scattare foto al paesaggio ed ai loro scooter.


Maratea si trova a pochi chilometri dalla nostra meta: Sapri, in provincia di Salerno, dove si terrà il controllo a timbro. La tappa è sul lungomare, dove un'area è stata riservata al parcheggio di Vespe e Lambrette. Il passaggio a timbro è, come di consueto, accompagnato da un veloce rinfresco.
Se il transito sulla costa tirrenica è stato sin qui caratterizzato da un sole splendente, si intuisce che qualcosa sta cambiando. È ora di pranzo e riteniamo comunque opportuno mettere le gambe sotto al tavolo, poi si vedrà.


Pranziamo ottimamente presso il ristorante «Il Veliero», principalmente con specialità a base di pesce, come è bene che sia. È proprio durante il pranzo che si scatena il temporale, con un bel nubifragio. Terminato con calma serafica il banchetto, non ci resta che fronteggiare la necessità di ripartire. La pioggia sembra calmarsi, ma dobbiamo comunque indossare l'abbigliamento impermeabile (chi più, chi meno...).


Il rientro si sviluppa su un percorso diverso: la salita verso l'Appennino riparte proprio da Sapri, con direzione Lagonegro. La strada è molto bagnata e piuttosto scivolosa, siamo perciò costretti a rallentare il passo.
Il maltempo, dopo una prima illusoria pausa, ritorna alla carica. La salita è caratterizzata da una pioggia battente e da temperature in picchiata; presso Lagonegro il termometro segna nove gradi...
Proseguiamo, nonostante la pioggia, in territorio collinare: superiamo Montesano sulla Marcellana, nel cui capoluogo svetta una notevole chiesa in stile neogotico, che non può non stupire; Moliterno e poi Grumento Nova, dove intercettiamo la SS 598 «di fondo Valle d'Agri». Una strada ampia e relativamente veloce, che conduce verso lo Jonio, incontrando la SS 106 presso Scanzano Jonico.
Il maltempo ci concede poche pause, ma in fondo accettiamo di buon grado anche i rovesci più intensi; una sola pausa per un rifornimento, dove ahimè non trovo nemmeno un tè caldo: è andato letteralmente a ruba!
Sono già passate le diciotto quando arriviamo nei pressi della Jonica; la pioggia ci assesta il suo colpo di grazia, a coronamento di centocinquanta chilometri alquanto umidi. Ma il villaggio è ormai vicino e lì troveremo meritato ristoro.
Penso che Peppo ricorderà a lungo la scena del mio arrivo in camera, con gli indumenti a dir poco fradici ed una certa confusione in testa: talmente bagnato da non sapere letteralmente da dove cominciare per «uscire» dagli indumenti!
Tuttavia una doccia - artificiale, diciamo così - basta da sola a ricaricarmi, pronto per un'altra serata in compagnia.

Giorno 3. Matera, i Sassi
Nova Siri si sveglia ancora una volta col sole ed il nubifragio pare un ricordo perpetuato solo dalle estese pozzanghere che qua e là riflettono il colore del cielo, nuovamente azzurro.
In realtà sappiamo che l'instabilità persisterà sul mezzogiorno, col concreto rischio di fare un'altra nuotata. Anche per questo lo staff, attentissimo al fattore meteorologico, ci raccomanda di partire presto e di fare rientro in anticipo, per schivare un'intensa perturbazione prevista per l'ora di pranzo.
Con questa premessa entra nel vivo il terzo giorno della Tre Mari, che vede nel suo momento apice proprio la visita alla «città dei Sassi».
Prima delle otto ci ritroviamo così a calcare nuovamente l'asfalto della Jonica, dirigendoci verso oriente sino all'uscita per Matera, poco dopo Metaponto.


Da lì, impegnando la ex SS175, proseguiamo verso il capoluogo. Si tratta di una strada ampia e scorrevole, immersa in un paesaggio prettamente collinare: l'asfalto descrive grandi, rilassate curve, con dolci salite. Le colline biondeggianti ed i grandi campi adagiati su di esse ricordano, talora, certi paesaggi toscani, rammentando l'Appia là dove si avvicina all'Amiata, nella stupenda Val d'Orcia.


Dalla Jonica Matera non dista che una quarantina di chilometri. La città sorge su una sorta di altopiano roccioso, a strapiombo su un burrone, sul cui fondo scorre un torrente, la Gravina.
Vi accediamo attraversando parte della città nuova, frutto dell'espansione edilizia della seconda metà del XX secolo e conseguenza dello sfollamento dei quartieri più antichi. Ci è riservato, come parcheggio, il grande piazzale del palazzo comunale. Da qui proseguiamo a piedi verso il centro storico. Incontriamo per primo il cosiddetto Piano, caratterizzato dai suoi palazzi eleganti, dalle ampie piazze, dai corsi anche qui decorati dalle grandi strutture delle luminarie. È il giorno della festa della Repubblica e non mancano cortei e celebrazioni. Il Piano degrada dolcemente, sino ad affacciarsi sul grande spettacolo -unico al mondo - della Matera più antica. Un vero e proprio balcone sui celebri Sassi: grandi quartieri costruiti sui versanti che rapidi discendono verso la Gravina. Questi sono essenzialmente due: il Sasso Barisano ed il Sasso Caveoso. In mezzo a loro, in alto, la Civitas, sede della cattedrale romanica e in epoca remota dell'acropoli. Essi danno luogo ad uno spettacolo incredibile, costituendo una grande distesa di edifici dai colori tenui, intimamente uniti a quelli della pietra locale. Si tratta di insediamenti estremamente antichi, dalla storia millenaria. Strutture spesso adibite a scopi tecnici, ad esempio cisterne. Così per secoli e secoli, sino all'enorme crescita demografica che ha avuto luogo fra il XIX ed il XX secolo: il sovrappopolamento e le sempre più precarie condizioni igieniche portarono, infine, all'editto di sgombero dei Sassi negli anni cinquanta.


Con l'abbandono di questa grande, affascinante distesa di piccole abitazioni, di cui molte ipogee, scavale nella roccia e talvolta utilizzate come set per grandi produzioni cinematografiche, Matera è cresciuta altrove, senza essere se stessa, sino al 1986. Da quell'anno, la riscoperta di un luogo senza eguali e, infine, il riconoscimento dell'Unesco, a sancire la riscoperta dei Sassi.


Dopo la visita al centro storico, io, Luca e Francesco decidiamo di recarci sull'Altopiano della Murgia Materana, sede del Belvedere dal quale è possibile ammirare i Sassi nel loro insieme.
Sfortunatamente per noi, trattandosi di un giorno festivo, il Belvedere non è raggiungibile in Vespa e dobbiamo accontentarci della vista da un punto più remoto.


Consapevoli della minaccia di un nuovo temporale, decidiamo infine di rientrare al Villaggio, percorrendo la medesima strada dell'andata.
Si fa strada la triste sensazione che questa Tre Mari sia ormai alla conclusione; cosa che diviene concreta a pranzo concluso. I tavoli nel grande salone vanno svuotandosi e molti si accingono a fare rientro a casa. Qualcuno carica le Vespe su carrelli e furgoni e, seppure con le prime avvisaglie della pioggia, pure noi facciamo altrettanto.
Anche se per noi il rientro inizierà il giorno seguente, ci ritroviamo già a salutare molti amici. Con questo velo di malinconia prosegue questa domenica, nel frattempo bagnata da un copioso acquazzone.
Trascorriamo fra il bar ed il ristorante il tardo pomeriggio e la serata.

Il rientro
Ironia della sorte, è nel giorno del rientro che «scoppia» il caldo, e con esso il bel tempo. Ad ogni modo, nessun rimpianto: la Tre Mari è un'esperienza memorabile anche sotto la pioggia e nessun temporale può guastarne lo spirito.
Dopo la solita colazione abbondante, siamo pronti per ripartire. La valorosa Panda è pronta per macinare un altro migliaio di chilometri e lo farà senza battere ciglio. Approfittiamo per pranzare ancora a Roseto, memori dell'ottima esperienza dell'andata.
Senza trovare traffico, approdiamo infine alla tangenziale di Milano, dove l'avventura è partita, trovandola più calda e più umida.
La Tre Mari è finita qui, ma ci lascia un'esperienza indimenticabile e sicuramente da ripetere.
Organizzazione perfetta, itinerari scelti con cura, tanti amici ritrovati. Luoghi strepitosi e la voglia di rivederli: tre giorni in effetti sono davvero pochi, ma è pure necessario limitare i giorni di assenza dai vari impegni.
Se l'appetito vien mangiando... Non resta che rinnovare l'appuntamento alla prossima edizione!


Un sentito ringraziamento:
Agli organizzatori della Tre Mari e a tutti quelli che si sono spesi per la sua riuscita
A Felix, Luca e Peppo per la compagnia
A Felix anche per il trasporto su carrello e a Peppo uno speciale «per esserci stato», nonostante tutto, e per aver fornito un impareggiabile mezzo col quale raggiungere Nova Siri
Agli amici che hanno percorso con noi le strade della Tre Mari: Francesco, Roberto con Alessandra e il piccolo Ruggero, Toni
A tutti agli altri amici, vecchi e nuovi, già conosciuti di persona o solo virtualmente
A Laura per il suo immancabile supporto anche «da lontano»
























Commenti

  1. VLT sempre presente e ben rappresentato alla TRE MARI e avanti!!!!

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  2. Marco ho letto e riletto il tuo bel racconto, guardato e riguardato la galleria fotografica assieme al mio piccolo vespista: quest'anno non ho partecipato alla Tre Mari (non fisicamente, ma col pensiero si) eppure sapevo che leggendo le tue parole e vedendo le vostre foto sarebbe stato quasi come esserci :-)
    Le zone toccate sono bellissime e anche se il meteo non è stato clemente, sappiamo bene che anche sotto l'acqua la passione Vespa non si spegne!
    La condivisione di questo bel evento tra persone diverse, eppure accomunate, ha un senso di grande socializzazione e malgrado le visioni differenti delle cose, lascia nel ricordo una grande emozione.
    Sono contenta che hai sperimentato non banalmente il detto "provare per credere" e che la tremarite abbia preso anche te (leggo: La Tre Mari è finita qui, ma ci lascia un'esperienza indimenticabile e sicuramente da ripetere).
    La squadra VLT ancora insieme, così dev'essere.
    Alla prossima!

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  3. È incredibile: c'ero, beh si non del tutto, ma c'ero. Ho vissuto, ho scritto, ho riletto quanto abbia scritto, eppure questo racconto è riuscito a strapparmi una lacrima!

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